Odile Robotti

Donne imprenditrici: il tallone d’Achille è nella nostra testa

Come sempre ho esagerato per essere d'effetto. Non è solo nela nostra testa, ma è vero che su qualla abbiamo più controllo che sul resto, quindi partiamo da lì. L'imprenditoria femminile mondiale, secondo il  Global  Entrepreneurship Monitor 2012 Women Report (già citato in un post precedente) prodotto dal Global Entrepreneurship Monitor (GEM), è il 37% dell'imprenditoria mondiale totale. Non male, considerate tutte le zavorre che abbiamo. Il dato va comunque qualificato, ecco cosa emerge dal rapporto: 1. le  donne vedono meno opportunità future legate alla propria attività imprenditoriale (mia spiegazione: gli uomini imprenditori dicono: "tempo un anno e ho conquistato tutto il mercato planetario", le donne imprenditrici dicono: "speriamo di essere ancora qui tra un anno") 2. le donne si auto-percepiscono meno capaci degli uomini come imprenditrici  (mia spiegazione: gli uomini imprenditori dicono: "tutto quello che ho ottenuto è frutto delle mie grandi capacità e della mia sconfinata volontà", le donne imprenditrici dicono: "ho avuto fortuna e poi mi hanno aiutato tutti

Fallire per avere successo

Vi segnalo ( e riassumo brevemente per chi non ha tempo) un interessante articolo pubblicato sull'Huffington Post. Parla di donne che hanno fallito prima di avere successo. Sono nomi noti, rispettati o addirittura riveriti, ai quali mai e poi mai ci verrebbe in mente di associare l'insuccesso. Qualche esempio? Oprah Winfrey (la anchor più celebre al mondo), la stessa Arianna Huffington (fondatrice dell'Huffington Post, nella foto), Marilyn Monroe (la divina), Vera Wang (stilista apprezzatissima) e, naturalmente, J.K. Rowling (autrice di Harry Potter), che ha ricevuto 12 "NO" prima di trovare un editore disposto a pubblicare le storie del maghetto. Eppure tutti ce le ricordiamo per il loro successo, non certo per i fallimenti. Non è strano che sia così: la misura del successo è data da quante volte si è avuto successo e da quanto successo si è avuto, non da quante volte si è evitato il fallimento. Per avere successo, bisogna fare molti tentativi e, inevitabilmente, qualcuno non andrà a finire benissimo. Ma fallire serve ad avere successo. Noi donne dovremmo pensarci più spesso, visto che la paura di sbagliare (e di essere imperfette) ci frena più di quanto freni il genere opposto.

Il Talento delle Donne

Care lettrici del blog, oggi esce un libro che ho scritto per le donne. Si intitola Il Talento delle Donne, che per me è quel particolare talento che alcune di noi hanno e che permette di sopravvivere e anche avere successo, in un mondo del lavoro ancora oggi maschile fino al midollo, restando orgogliosamente donne. Non è banale riuscirci. Complimenti a quelle che ce l'hanno fatta. Doppi complimenti se poi hanno anche aiutato altre donne a emergere e continuano a fare di questo un impegno, anche se di impegni ne hanno fin troppi  (non faccio nomi e cognomi per non cadere nella piaggeria, ma loro sanno che questa  dedica piena di stima, anche se criptata, è per loro). Ho studiato un pò questo talento delle donne e ho concluso che si poteva apprendere, che forse per qualcuna era innato, ma questo non voleva dire che una donna intelligente non potesse fare la stessa cosa, se ben istruita. Sono un pò fissata con la formazione, okay, ma non è un abbaglio: veramente stiamo parlando di qualcosa che si apprende. Sono trenta capitoli, ognuno su un argomento per noi un pò più difficile per via degli stereotipi di genere e dell'educazione. Sono ostacoli che, se li conosci, li eviti. L'ho pensato come una vaccinazione. Come una campagna di immunizzazione contro alcuni virus che ci colpiscono selettivamente

Dopotutto, forse è una donna

Il Financial Times del Weekend commenta il fatto che Marissa Mayer, a quanto pare, abbia disegnato lei stessa il nuovo logo di Yahoo (vedi immagine). Il quotidiano britannico ha chiesto il parere degli esperti di branding, che hanno giudicato il risultato mediocre o addirittura malriuscito (c'è da dire che, quando i clienti fanno da soli, noi consulenti diventiamo delle vipere). Il FT  conclude che "Marissa, dopotutto, forse è umana" (suppongo si riferisca al fatto che errare humanum est). Veramente, a me, più che umana, è sembrata donna. Marissa dichiara che le piacciono le marche, i loghi, i colori, il design

Letture consigliate per la vice-ministro Guerra

La vice-ministro del lavoro e titolare delle pari opportunità Cecilia Guerra, dal Forum Ambrosetti a Cernobbio, solleva con forza il difficile tema della conciliazione. Con questa espressione si indica sinteticamente la conciliazione familiare, cioè la conciliazione tra carriera e famiglia, problema che notoriamente riguarda le donne e basta, perché di solito gli uomini hanno solo la carriera di cui preoccuparsi. Non dite, neanche in un momento di debolezza: "beati loro". Non è così, almeno secondo le autrici (Sharon Meers, ex-director da Goldman Sachs, e Joanna Strober managing director di una private  equity firm nella Silicon Valley) del libro Getting to 50/50. Infatti, gli uomini che dividono il carico di lavoro con le donne godono di una serie di vantaggi, Numerosi benefici (intuitivi da capire) ricadono sulla famiglia (figli e mogli) e altri sulla coppia (pare che gli uomini che collaborano al 50% con le proprie mogli abbiano una vita sessuale migliore). Insomma, dividere il carico di lavoro familiare tra marito e moglie sarebbe un gioco a somma positiva. Se solo si riuscisse a metterlo in testa agli uomini italiani, state pensando (almeno l'ho pensato io)

Tolleranza zero

Pare che il Sun (quotidiano britannico di ampia diffusione), messo sotto pressione, stia per eliminare le donne in topless dalla propria pagina 3. Questa pagina è stata caratterizzata per decenni dalla presenza di una ragazza giovanissima a seno nudo (inutile dire che era sempre abbondante). Secondo me sbaglia chi dice chisseneimporta, tanto noi leggiamo altri quotidiani ed è meglio combattere per farci valere nelle organizzazioni e per entrare nei CdA. Ha ragione invece Lucy-Anne Holmes ad aver avviato su Change.org una petizione (che ha raccolto oltre 114.00 firme) per chiedere al Sun di eliminare la pagina così come è adesso. L’immagine degradata della donna, presentata come oggetto sessuale, danneggia tutte noi in modo sottile, anche se giriamo tailleur e siamo sempre accollatissime e preparatissime. Lo spiega bene Lorella Zanardo, che di questo problema si occupa da anni, nel Corpo delle Donne. Ne parla anche nel suo libro, rivolto ai giovani, Senza chiedere il permesso. Tollerare queste immagini della donna è sbagliato perché danno forza ai peggiori stereotipi. In molti hanno proposto di continuare ad avere la foto di una donna nella pagina 3 del Sun, ma di sostituire la ragazza in topless con altre immagini, che diano l'idea di quanto diverse siamo tra noi e delle nostre possibilità (non sarebbero male, per esempio, una donna chirurgo o prete o capocantiere o cantante punk).

Chic CEO

Marissa Mayer ne ha fatta un'altra delle sue. Ricordate che osò cambiare lavoro (prendendo le redini del motore di ricerca Yahoo) quando era incintissima (situazione che rende la maggior parte di noi umili, piene di sensi di colpa come se fosse un tradimento nei confronti del lavoro e speranzose che la pancia non attiri su di sé troppa attenzione)? Ecco, adesso si è inventata di posare su Vogue, il famoso mensile di moda. Sul numero di Settembre, in più, cioè quello probabilmente a maggiore diffusione dell'anno. Ma non bastava nemmeno questo, ed eccola in pose che una volta si definivano lascive: abito viola guainato, scarpa tipo Manolo, sdraiata su una chaise-longue. Fa bene o fa male? Ancora una volta questa biondissima e coraggiosa donna divideil mondo in due fazioni. Bisogna dire che è una che si ama o si odia. Secondo me, dal punto di vista di Yahoo, fa bene. Non so se  abbia posato per vanità (l'ego dei CEO di solito ha le dimensioni di una piccola isola, quindi è possibile e non ci sarebbe niente di male), ma sicuramente ha senso dal punto di vista del rilancio di Yahoo (c'è chi dice che la sua gestione abbia rimesso il punto esclamativo dopo la parola Yahoo).  Lei si definisce "both glamorous and a geek" e questa sembra che sia esattamente l'immagine di Yahoo che vuole proiettare. Cosa ci insegna questa storia? Primo, che se sei CEO il tuo personal brand e quello della tua azienda sono indissolubilmente legati e nessun messaggio può venire dato per caso.  Secondo, occuparsi del proprio brand fa parte del lavoro. In altre parole, mentre era comodamente sdraiata sulla chaise-longue, in realtà Marissa stava lavorando intensamente e forse più efficacemente di quando è alla scrivania facendo tre conf call in contemporanea per decidere la strategia aziendale o una nuova acquisizione. Questo però è un insegnamento che riguarda tutte noi, non solo le Marisse: lavorare sul nostro brand, che richieda un'intervista a un settimanale o la partecipazione a una cena di gala, è lavoro. E merita anzitutto una strategia, poi energia, convinzione e focalizzazione. Che ci piaccia o meno, vedere il lavoro in termini  ristrettivi non giova al successo personale e aziendale. 

Elogio della pigrizia (ovvero: tirarsi indietro)

Ecco la pillola di saggezza estiva N. 3 proposta da Shumpeter (The Economist, August 17th 2013): rendersi conto che il vero problema è che facciamo troppo, non troppo poco. Terapia prescritta: provare a “tirarsi-indietro” (il contrario di “farsi-avanti” , espressione resa celebre da Sheryl Sandberg e titolo dell’omonimo libro). I  guru ci incitano a fare di più (es. frequentare più persone per allargare il nostro network, rendersi più visibili nel mondo del lavoro, ecc.) e questo genera una montagna di impegni, email, incontri che divorano il nostro tempo e creano ansia. Secondo una ricerca del McKinsey Global Institute, pare che passiamo il 25% del nostro tempo scrivendo e rispondendo a email. C’è chi invece punta il dito sulle interminabili riunioni a cu tutti partecipiamo come causa principale di perdita di tempo. Sta di fatto che c’è un’epidemia di super-lavoro che ci danneggia e non solo perché ci stressa, ma perché soffoca la nostra creatività (si vedano gli studi di Teresa Amabile, docente della Harvard Business School, sull’argomento).  In pratica questo tapis-roulant su cui siamo costretti a correre ci impedisce di pensare alle cose importanti. Cosa fare? Anzitutto, periodicamente (almeno una volta all’anno) domandarsi se tutto quello che facciamo è veramente necessario o anche utile. Di solito si scopre che circa il 20% delle nostre attività potrebbero essere eliminate senza grande danno, in alcuni casi con evidenti benefici anche per gli altri (il lavoro che facciamo genera spesso lavoro anche per altre persone). Come queste attività si siano intrufolate nelle nostre agende e ci abbiano fatto credere di essere importanti è un’altra storia. Per cominciare, eliminiamole (creiamo, come diceva Jim Collins, una "stop-doing list"). Poi riflettiamo su quale sia il meccanismo che ce le ha fatte accettare (a volte cercare) e stiamo allerta per il futuro. Secondo, copiamo da alcuni famosi personaggi di successo. Bill Gates quando gestiva Microsoft si prendeva due settimane l’anno per pensare isolandosi in un cottage. Non siamo Gates? Prendiamoci almeno un paio di giorni. Jack Welch, quando gestiva General Electric, si prendeva un’ora al giorno. In questo caso stiamo attente a applicare le proporzioni. Dedicare 5 minuti al giorno a pensare è meglio di niente, ma i pensieri creativi hanno bisogno di stare in ammollo per venire fuori.

Scegliere cosa pensare

Lo spunto di riflessione estiva N. 2, ispirato a  David Foster Wallace, riguarda la consapevolezza. Foster Wallace  parla della differenza tra “capacità di pensare” (per capirci: il rigore logico, il pensiero analitico-razionale, ecc.)  e “capacità di scegliere cosa pensare”. Naturalmente, la prima è la più facile, l’abbiamo imparata a scuola e affinata nel lavoro. La esercitiamo tutti i giorni. E’ anche più facile da misurare e valutare. La seconda è più difficile da afferrare e, nella concitazione della vita quotidiana, rischia di essere trascurata. L’estate è un buon momento per schiacciare il tasto “reset”. Il primo passo per farlo è convincersi che “l’orientamento di fondo di una persona rispetto al mondo e al significato della sua esperienza non è cablato in automatico come l’altezza e il numero delle scarpe, o assorbito dalla cultura come la lingua”. In altre parole: noi possiamo selezionare ciò a cui prestiamo attenzione, possiamo  scegliere ciò a cui diamo significato e quale  significato dare in modo deliberato e personale.  Dobbiamo solo aumentare la consapevolezza con cui guardiamo il mondo (cioè disinserire il pilota-automatico). Quello che Foster Wallace dice si applica a tutti, ma forse per noi donne ha un’utilità in più. Ci hanno trasmesso, tramite gli stereotipi, una serie di limitazioni e convinzioni (es. cosa significhi essere donna, come essere una buona madre o moglie/compagna, ecc.) che abbiamo in parte fatto nostre e spesso non mettiamo in discussione (non siamo tonte noi, sono gli stereotipi che sono diabolici).  Esercitare un controllo consapevole su quello che si pensa, scegliendo di dare significato a ciò che ci importa veramente, può esserci particolarmente utile.

Il perfezionismo è uno scudo

Inizio con questo post una serie di "pillole estive": brevi spunti di riflessione che si adattano a un periodo dell'anno in cui, di solito, si ha un pò più tempo per pensare e in cui si pensa di avviare qualche cambiamento positivo con la ripresa autunnale. La prima pillola è sul perfezionismo che noi donne tendiamo a inseguire più degli uomini, pur sapendo benissimo che stiamo puntando a qualcosa di irraggiungibile. Essere perfezionisti, come dice Brené Brown nell'intervista che le fa Oprah, non vuol dire  cercare di   raggiungere l'eccellenza in quello che si fa. Quella è una cosa faticosa, a cui non tutti devono necessariamente aspirare, ma di per sé è positiva (o almeno non negativa).   Quello che motiva il perfezionista, secondo Brown, è però diverso, ed è questo: "Se riesco a  a fare tutto perfettamente posso minimizzare o evitare situazioni di vergogna, accuse e giudizi da parte di altri."  Se, per esempio, riesco a gestire perfettamente la casa, nessuno mi accuserà di averla trascurata per il lavoro.  Se sono sempre aggiornata su tutto, nessuno potrà accusarmi di superficialità. Avete capito il concetto: secondo la sua tesi, il perfezionismo non sarebbe animato dal desiderio di dare il meglio, ma di difendersi preventivamente. Sarebbe quindi uno scudo difensivo. Brené Brown incoraggia a vivere "oltre il giudizio degli altri", cioè a rifiutare di farsi guidare troppo dalle aspettative che gli altri hanno su di noi: meglio puntare  su quello che ci sta sta veramente a cuore che coltivare la perfezione in tutto. Meglio, insomma,trovare il coraggio di vivere la  vita che si desidera, anche se ha delle imperfezioni che che ci rendono vulnerabili, piuttosto che la vita una vita inutilmente e faticosamente perfetta. Altrimenti ci si ritrova, al tempo stesso, principesse e prigioniere nel proprio castello.